#pieno - Dream Catcher : Dream Catcher

Michael Fliri
Something uncovered can’t be covered again

“Il termine vuoto (aggettivo e sostantivo dal latino volgare vocitus, derivante dal participio passato vacitus del verbo vacere – vuotare – dalla stessa radice del latino classico vacuus) vuole genericamente esprimere un’assoluta mancanza di una qualsiasi materia”. Wikipedia

La natura aborre il vuoto” Aristotele

“Il vuoto è dove il tempo e lo spazio sono apparentemente assenti, dove giungono a un punto morto, creando un’irrequietezza, un disagio” Anish Kapoor

Tra le nuove leve delle arti visive e performative Michael Fliri continua, attraverso Something uncovered can’t be covered again, la sua ricerca sulla dicotomia pieno/vuoto, intendendo queste due categorie sia sul piano strettamente fisico e spaziale, che come metafora di una condizione sociale. Si chiede l’artista: il vuoto è parte delle nostre vite, ma nasconde o va nascosto? Protegge o va protetto?

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Il vuoto si associa nell’opera site specific presentata durante Mein Herz, alla costruzione di un’immagine monumentale: un cavaliere con l’armatura su un cavallo altrettanto armato. Un assistente copre lentamente e totalmente il corpo di Fliri con un armatura di acciaio che ne nasconde la fisicità. Appeso ad un gancio, il performer viene dunque sospeso a mezz’aria mentre sotto le sue gambe un ulteriore armatura costruisce la forma di un cavallo. A tale struttura viene agganciato il corpo di Fliri fino alla costruzione di una statua immobile.

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La dicotomia vuoto/pieno si sviluppa in due direzioni.

1. Il corpo di Fliri scompare dietro l’armatura che cancella la fisicità e l’umanità dell’artista rendendolo mero elemento plastico, dunque svuotando e “cementificando” la mobilità e le potenzialità della sua figura o in altri termini costruendo un vuoto intorno ad essa (vuoto al contempo protettivo – come indica l’armatura – e immobilizzante); dall’altro l’armatura stessa crea la figura di un corpo, quello del cavallo, riempiendo il vuoto dello spazio performativo.

 

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Rachel Whiteread

2. Il vuoto dello spazio performativo corrisponde ad un vuoto “immaginativo” nello sgaurdo dello spettatore che intuisce la formulazione dell’immagine sin dall’introduzione del primo elemento dell’armatura, per vedere pian piano cristallizzata e cancellata – man mano che la figura prende forma – la sua possibilità di navigazione dei segni offerti.

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Yves Klein

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Gianni Motti

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Tom Friedman/Harry Handelsman

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Lucio Fontana

Partendo da un vuoto di immagine la performance collassa nel completarsi della figura, nella sua cristallizzazione e in una sorta di impossibilità a procedere o alterare nuovamente l’elemento statuario composto. Il vuoto diviene, dunque, lo spazio all’interno del quale è possibile articolare l’immagine, uno stato in potenza in cui sono racchiusi tutti i possibili sviluppi della performance. La ri-velazione di tale vuoto conduce alla sua perdita; nella cristalizzazione dell’immagine si nega una ipotetica nuova tabula rasa.

“Ho sempre pensato al vuoto come a uno spazio transitorio. E tutto ciò ha molto a che fare con il tempo. Sono sempre stato interessato al momento creativo in cui ogni cosa è possibile e niente è ancora accaduto. Il vuoto è quel momento di tempo che precede la creazione, in cui tutto è possibile” Anish Kapoor