#Immaginario - Dream Catcher : Dream Catcher

Teatro Sotterraneo
Be Legend! + Be Normal!

“Prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un’immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un compagno che ci guidi quassù, un daimon, che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo e crediamo di essere venuti vuoti. È il daimon che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del disegno prescelto, è lui dunque il portatore del nostro destino”. J.Hillman, Il codice dell’anima

«È caduta, è caduta Babilonia la grande,
quella che ha fatto bere a tutte le nazioni
il vino della sua sfrenata prostituzione».

Daimon, vocazione, ricerca di identità e catastrofe. Questi i temi affrontati da Teatro Sotterraneo in Be Legend! E in Be Normal!, nuove due differenti produzioni, autonome e allo stesso tempo legate da una scrittura drammaturgica (e scenica) in fieri, che non solo si modellizza sul dispositivo televisivo (nello specifico il format del serial) ma che assume valore nella continuità e nel riflettersi dei due differenti progetti.
Da un lato l’infanzia, il lottare per l’essere al mondo, o, più semplicemente per dare una risposta alle motivazioni di quello stesso essere. Eroi tragici e personaggi storici sono portati in scena attraverso una reinvenzione del loro passato, attraverso un lavoro di immaginazione sulla loro infanzia, concretizzata, in scena, nel corpo di bambini scelti e coinvolti nel luogo in cui si svolge la performance. Dall’altro una coppia di adulti sorpresa in una quotidianità standardizzata, unico appiglio di una vita consumata e senza prospettive.

CHE CAZZO CI FACCIO QUI?

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COSA VUOI FARE DA GRANDE? COSA AVRESTI VOLUTO FAREDA GRANDE?
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Come informazioni lanciate su internet, nutrendosi del videoclip, della performance, del telefilm e del cinema, la scena di Teatro Sotterraneo è il luogo in cui si esplica una raccolta di #frammenti di immaginario. L’apocalisse, la fine del mondo, sta nel frantumarsi dell’immaginazione, nell’accavallarsi di immagini prive di memoria. Da un lato il ricordare perpetuo, la tensione verso un’aspettativa di vita, la fragilità del mondo infantile, dall’altro le macerie di un universo che supera la postmodernità e che si proietta verso un “the end” brandizzato come fotografie postprodotte in cui trovare rifugio. Un mondo che nella scansione temporale di una giornata, votato al fallimento, perde lo stesso senso del tempo.

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“Quali parole e termini si potevano impiegare per descrivere e valutare quel vuoto e quella spugna emotivi così solipsistici, autologorati e senza fondo che ora sembra essere? Come faceva a decidere e descrivere – anche solo a sè stessa, guardandosi dentro e affrontandosi – cosa tutto quello che aveva appreso così dolorosamente diceva di lei?”

David Foster Wallace

 

Is there maybe amnesia at the core of digital age?”

Hans Ulrich Obrist