#darkness - Dream Catcher : Dream Catcher

Fabio Sajiz

Illuminando Centrale Fies

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Fabio Sajiz è lighting designer e fotografo. Cura disegni luce per Raffaello Sanzio, Virgilio Sieni, compagnia della Fortezza, gruppo nanou, Anagoor, Francesca Grilli. Cura inoltre gli ambienti luminosi di Centrale Fies.

Come racconteresti il tuo lavoro?

Il mio lavoro sulle luci è autoriale, ma si inserisce in un contesto in cui le luci non sono protagoniste. Risponde alle necessità di un lavoro registico e drammaturgico accompagnandolo nell’ombra tanto quanto nella luce.
Il mio sguardo, nel teatro come nella danza, focalizza i corpi illuminati e li segue fino a definirne i limiti, laddove questi corpi finiscono nel buio.
Rimanere nel buio in teatro per me significa osare. E’ come dire che abbiamo bisogno del negativo della pellicola per vederne il positivo.

Quali sono i tuoi riferimenti altri da quelli teatrali? A cosa attinge il tuo immaginario?

Ho sempre trovato confronto e appagamento nel fatto che questo tipo di approccio alla luce è condiviso anche da scrittori, pittori. Nel lavoro di ricerca che affianca la pratica, cervello, cuore e stomaco procedono di pari passo. Tutto quello che incontro, autori, artisti, persone entrano con prepotenza in quello che faccio. Ad esempio la mia passione per il buio deriva anche dalla predilezione che ho per l’opera di Rembrandt. Ma oltre a Rembrandt ho una predilezione per Edward Hopper, Fedor Dostoevskij e William Faulkner.

Si tratta di incontri speciali, come un’eclisse, l’incontro fortuito tra la luna e il sole. L’eclissi per me è anche la sintesi del mio lavoro sulle luci: un punto luminoso che viene oscurato per formare una corona luminosa.

Come nasce il lavoro con i registi?

Nasce sempre dall’esercizio difficile di cercare un canale di comunicazione che non sempre è quello del dialogo diretto. Può essere uno scambio di letture, primi segnali di sintonia per costruire una sensibilità in comune. Lavorando per 15 anni con la Socìetas Raffaello Sanzio, ho messo a punto una modalità di lavoro originale con Romeo Castellucci, che ci lanciava in un mondo visionario. Durante le produzioni facevo delle foto del backstage delle luci che Romeo per caso iniziò a guardare e ad utilizzare per cataloghi, libri, ma sopratutto per farne lo strumento attraverso cui scegliere luci, ombre e inquadrature. Oggi, con gruppo nanou, ad esempio, la luce è uno dei veicoli che ha permesso di uscire dalla dimensione teatrale e portare l’immagine ad una dimensione cinematografica. In generale le luci affiancano ciò che accade sulla scena, l’accarezzano. Navigano sotto il pelo dell’acqua e dalle profondità vengono a galla piano, si vedono in trasparenza ma non escono mai dalla pellicola.

Come il lavoro sulle luci si rapporta al luogo in cui si installa? Anche in riferimento alle luci che ogni anno disegni per la facciata della Centrale Fies?

Mantengo sempre un’attenzione su quelle che sono le caratteristiche e le potenzialità luminose del luogo in cui vado a lavorare. Pe un teatro si tratta di sentire la verticalità del graticcio, studiare tutte le fonti luminose, fino alle luci di servizio. Invece l’architettura della centrale è qualcosa di imponente e caratterizzante, che impone un lavoro basato sulla frontalità della luce, non un lavoro di tagli, attraverso cui scomporre l’architettura in zone di luce e ombra, senza volerla cancellare. E’ un lavoro su delle geometrie, è un esercizio non un lavoro di grosse pretese.

 

 

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Lara Mastrantonio per @CentraleFies

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